La storia inizia 37 anni fa, in un territorio sperduto ai confini tra il Senegal e la Guinea dove vivono i Bassari, una tribù di circa 3.000 persone dispersa in una miriade di microscopici villaggetti abbarbicati sui fianchi delle colline, etnia che è riuscita a conservare pressoché intatte le sue tradizioni, la sua cultura e la sua struttura sociale, grazie anche alle difficoltà d’accesso a questa regione, per lunghissimo tempo tagliata fuori da qualsiasi influenza esterna.
Dato che non ho voglia di mettermi a riassumere, attingo direttamente ai miei Diari Africani, con qualche taglio.
(sabato 28 gennaio 1989) Poco prima delle 8 lasciamo Kedougou e imbocchiamo la pista verso Salémata. Fino a Bandafassi il fondo stradale in terra battuta è eccellente, e in certi tratti riusciamo a toccare gli 80 chilometri l’ora. Poi la pista si restringe notevolmente e il fondo diventa sconnesso costringendoci a rallentare parecchio l’andatura.
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Alle 11 siamo a Salémata e prendiamo la pista verso Etiolo, nel cuore del paese Bassari.
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Dopo una decina di chilometri la pista, tutta buchi e saliscendi, termina tra le prime capanne di Etiolo. L’uomo che ci viene incontro sorridendo, indossa un ampio camicione chiaro e parla un buon francese. Si chiama Jean. Ci spiega che quel cerchiolino con accanto il nome Etiolo segnato solo sulle cartine più dettagliate del Senegal, nella realtà non è un villaggio singolo, ma l’insieme di diversi gruppetti di poche capanne sparsi nel raggio di 5 o 6 chilometri. Ma quello che gli preme dirci, e lo fa con grande trepidazione, è che oggi, proprio oggi, in uno di questi villaggetti si svolge una danza con gli stregoni. Ci fa capire che è un’occasione da non perdere assolutamente e si dice disposto ad accompagnarci. «Gli stregoni, ma figuriamoci… dev’essere la solita puttanata per turisti…» «No, no, no…» ribatte Jean tutto agitato «… i turisti vanno sulle spiagge di Cap Skirring, al massimo si fermano nei lodge del parco di Niokolo-Koba. Qui ne arrivano due all’anno.» Da come parla sembra una persona colta; di sicuro ha viaggiato fuori dal paese Bassari. «Quant’è distante il villaggetto?» «Tre chilometri.»
Luisa passa dietro e Jean sale sul Fennec accanto a me. Ci avviamo lungo i fianchi delle colline tra la rada boscaglia, su sentieri percorsi solo da asini e capre. Le forti pendenze, gli scalini, i sassi e le erbe gialle che ricoprono quasi tutto, ci obbligano all’uso costante delle marce ridotte. D’altra parte a Etiolo non ci sono macchine e quindi le piste non esistono. Dò un’occhiata al trip-master: segna 9 chilometri. «Mi avevi detto 3 chilometri, Jean!» Mi spiega candidamente che li intendeva in linea d’aria, ma per arrivarci in macchina occorre fare un giro molto più ampio.
Dopo quasi un’ora di guida molto impegnativa abbiamo percorso 12 chilometri ed arriviamo in vista del tanto sospirato villaggetto. Jean ci fa fermare le macchine a 200 metri dalle capanne e si avvia a piedi, dicendoci di aspettare. Poco dopo ritorna annunciando trionfante che ci consentono di assistere alla danza. Meno male, ci mancava solo che ci facessero tornare indietro senza vedere niente. Su una cosa però Jean è irremovibile. Gli apparecchi fotografici devono rimanere sulle macchine. Cerco di convincerlo a farmi portare almeno una fotocamera con l’obiettivo tappato, ma non c’è niente da fare. Per ora dobbiamo avere pazienza e presentarci “disarmati”, poi si vedrà.
Il villaggetto è costituito da cinque o sei capanne rotonde col tetto di paglia che ricade molto in basso, coprendo in parte il muro perimetrale di pietre dove c’è un’unica porta in legno alta non più di un metro. Davanti alle capanne, all’ombra di un albero, si svolge la danza. Sono circa una quindicina le danzatrici, tutte donne. Alcune sono letteralmente coperte di collari, ornamenti metallici tintinnanti, orecchini e medagliette pendenti, e portano tutte svariate decine di bracciali attorno alle braccia e alle gambe. I colori dominanti degli ornamenti sono il giallo, il rosso e il nero. Poi ci sono gli stregoni. Due stregoni veri, lì a pochi passi da me.
Sono vestiti in modo identico, con foglie e fibre vegetali. La testa è interamente ricoperta da una grande maschera di vegetali intrecciati adorna di amuleti sacri, che termina in basso con una specie di proboscide e si integra col travestimento rendendoli completamente irriconoscibili. Infatti, se qualcuno dovesse scoprire la loro vera identità, verrebbe infranto un tabù e si scatenerebbe contro la tribù l’ira degli spiriti malvagi.
Gli stregoni e le danzatrici formano un girotondo che avanza lentamente a corti passi di danza, e cantano una nenia dolcissima. E’ uno spettacolo semplice e meraviglioso. Un bambino del villaggio molto malato è guarito grazie agli spiriti. Allora il padre ha fatto venire gli stregoni ed ha organizzato la danza di ringraziamento, che andrà avanti per tutta la giornata. Mentre osservo rapito, mi prudono le dita. «Jean, questa danza è una delle cose più belle che abbia mai visto, vorrei tanto scattare qualche foto, vedi se puoi fare qualcosa.»
Jean va allora a parlare col padre del bambino guarito. Questo si avvicina al girotondo e parla con gli stregoni, poi torna indietro e scompare dentro una capanna. «Cosa succede Jean?» «Credo che gli stregoni siano d’accordo. Ora è andato a sottoporre la questione al Consiglio degli Anziani riunito là dentro.» Quando esce dalla capanna torna a parlare con Jean, che traduce in francese: «Potete fotografare liberamente. Come compenso chiedono 15.000 CFA.» Ne avremmo sborsati anche il doppio, ma siamo in Africa e il buon senso ci impone di trattare. Sarebbe pericolosissimo dargli subito la somma richiesta. Al prossimo che arriva chiederebbero molto di più, e se anche questo li assecondasse, il gioco al rialzo continuerebbe. E così poco per volta le danze comincerebbero ad essere fatte solo per i turisti, facile fonte di guadagno, e non più per gli spiriti, perdendo tutta la loro sacralità con conseguenze gravissime di distruzione del loro sistema socio-culturale.
Arrivati a 6.000 CFA, paghiamo e andiamo subito a prendere le macchine fotografiche. Gli stregoni e le danzatrici vanno avanti nel loro rito sacro senza curarsi minimamente di noi. Dopo aver scattato centinaia di foto torniamo a sederci su una rudimentale panca di legno tra due capanne e continuiamo a goderci lo spettacolo.
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La danza si interrompe per qualche minuto e gli stregoni offrono una bevanda alle danzatrici porgendo loro un recipiente ricavato da una mezza zucca svuotata. «Cos’è, una pozione magica?» Jean ride divertito. «No, è vino di palma. Bevono perché fa caldo.»
Il vino di palma è una bevanda leggermente alcolica ottenuta dalla fermentazione della linfa zuccherina di un certo tipo di palma, ed è conosciuto in tutta l’Africa tropicale. Ad un certo punto, come temevo, quella zucca arriva fino a noi. A turno, Charlie, Pia e Luisa, rifiutano garbatamente. Qui se nessuno beve potrebbero anche offendersi. E poi è un’occasione per assaggiare il vino di palma. Se lo bevono loro non sarà mica velenoso, che diamine…
Dimenticando tutte le regole dell’igiene e della prudenza, che ben conoscevo e più volte avevo raccomandato agli altri, prendo quella zucca dalle mani dello stregone e la accosto lentamente alla bocca. Quando il bordo della zucca, ormai insalivato da tutti i bassari del villaggio, è a pochi centimetri dalle mie labbra, guardo dentro il recipiente per vedere se il vino di palma ha lo stesso colore del nostro vino. Orrore!… Sulla superficie del liquido galleggiano almeno una cinquantina di mosche, tra quelle morte ubriache e quelle ancora vive che cercano disperatamente la salvezza nuotando verso il bordo del recipiente. Poi ci sono anche altri tipi di insetti, però sono rari.
Ormai è tardi per fermarsi. Soffio dentro la zucca in modo da allontanare di qualche centimetro le mosche dalle mie labbra. E’ bianco lattiginoso il vino di palma, sembra orzata. «Grande Spirito, fa che non rimanga stecchito.» Lo stregone mi guarda attraverso la maschera. Jean sorride compiaciuto. Luisa guarda dall’altra parte. E io bevo. Glu glu. Due sorsate. Non chiedetemi che gusto abbia perché non lo so.
Mentre torniamo a piedi verso le macchine, Jean mi parla di un suo amico ferito al villaggio, e mi chiede di trasportarlo fino alle prime capanne dove arriva la pista, così potrà essere preso in consegna da un missionario e portato in ospedale. «Mi spiace ma non se ne parla neppure. Ho grossi problemi alle sospensioni e siamo già sovraccarichi.» Jean continua ad insistere, e quando arriviamo alle macchine lo faccio chinare sotto il Fennec e gli mostro che mancano gli ammortizzatori anteriori e che una foglia di balestra è già incrinata. Ma lo show non serve a niente. Jean si alza, e dando una pacca sulla carrozzeria della Land mi dice: «Il mio amico soffre e tu, che hai il “grand camiòn”, potresti portarlo giù.» «Siamo a 6.000 km da casa Jean, se spacco la macchina sono fritto.» Insiste allora perché almeno vediamo il ferito.
A pochi passi da una capanna c’è un albero, e sotto l’albero è sdraiato un giovane che potrebbe avere una ventina d’anni. Ha il piede destro in uno stato pietoso. Gonfio da far paura, con estese lacerazioni ormai in cancrena. Charlie dà un’occhiata e scuote la testa. «Ha una pessima infezione. Potrei provare a fargli un’iniezione di penicillina…» «E cosa risolverebbe?» «Niente.» «Insomma Charlie, se lo lasciamo qui cosa gli succede?» «Muore!» Charlie è uno che parla molto, ma in certi casi sa essere estremamente sintetico. «Al diavolo le sospensioni… avanti Jean, carichiamolo in macchina.»
Quando il giovane è sistemato sul sedile anteriore del “grand camiòn”, Jean mi mette una mano sulla spalla e mi dice: «Franco, ci sarebbe ancora… maman.» «Maman? E chi sarebbe maman?» Mi indica una donna in piedi vicino alla macchina. Non l’avevo neanche notata, preso com’ero a caricare il giovane e a pensare alle mie sospensioni.
Maman è una donna grassa. Maman è la donna più grassa che io abbia mai visto in Africa. Cerco di stimarne il peso ed inorridisco. «Ma Jean, porca miseria, le mie balestre…» Maman è vestita di poveri stracci. Maman tiene da una mano un piccolo fagotto e dall’altra una ciotola di riso bollito. Sta lì in piedi senza parlare vicino alla portiera spalancata e non distoglie un attimo lo sguardo amorevole dal suo figliolo. Mi fa una gran tenerezza. Due minuti dopo Jean mi aiuta a spingere l’enorme culo di maman attraverso il portellone posteriore della Land Rover.
Ci mettiamo un’ora ad arrivare al villaggetto di Jean. L’ora più drammatica di guida in fuoristrada che abbia mai vissuto. Il sole delle prime ore pomeridiane è rovente e il termometro segna 42°C. All’interno dell’abitacolo ce n’è sicuramente qualcuno in più, e nonostante i finestrini spalancati il fetore del piede in putrefazione del giovane bassari rende l’aria irrespirabile. A farla in salita non sembrava così ripida, accidenti. Il “grand camiòn”, pesantissimo, oscilla sui sassi e sovente mi scivola di fianco sulle erbe gialle inclinandosi paurosamente e costringendomi a manovre brusche e tempestive per mantenerlo in piedi. Se rotoliamo giù per questo pendio ci sfracelliamo tutti. Il sudore mi cola in continuazione solcandomi la faccia coperta di polvere e di paura.
Nessuno parla. Maman, incastrata tra lo schienale del sedile anteriore e l’armadietto, bada a non rovesciare la ciotola di riso che tiene in mano. Jean, seduto dietro di me, di tanto in tanto mi dà una pacca d’incoraggiamento sulla spalla sforzandosi di sorridere. Dietro di noi, a poca distanza, ci seguono Charlie, Pia e Luisa, pigiati come acciughe nell’abitacolo della Toyota.
La vecchia Land Rover grigia del missionario è già lì in attesa, avvisata da chissà quale tam-tam. Guardo ancora una volta quel piede, guardo ancora una volta il viso di quel giovane: «Jean, digli che il suo piede non mi sembra troppo grave, digli che all’ospedale verrà curato e guarirà. Digli che… tra un mese tornerà non solo a camminare, ma a correre.» Jean comprende la mia menzogna, mi fa un cenno di complicità e gli traduce la frase. E lui, che non ha detto una sola parola per tutto quel tempo infinito tenendosi dentro il dolore, mi sorride e mi stringe la mano. Sono felice, immensamente felice. Diamo a Jean i 2.000 CFA pattuiti stamattina e ci salutiamo calorosamente. Verso le 15 lasciamo Etiolo dopo un ultimo saluto al missionario che ha già preso in consegna maman e il suo figliolo. Sia lodato Gesù Cristo, ma rispetta i loro Spiriti, mi raccomando.
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Dopo altri 8.000 km non proprio facili il viaggio si conclude al porto di Tunisi dove, come al solito, ci imbarchiamo sulla Habib. Ma fin qui niente di “impossible”, solo normale routine per chi viaggia in Africa per conto proprio.
L’anno seguente nasce mia figlia.
Ed ora veniamo a tempi recenti.
Se a mio figlio ho trasmesso la passione per la Land Rover (ha sempre usato il mio 110, ma un paio d’anni fa si è comprato un 130 tutto suo), mia figlia ha sicuramente ereditato dai genitori la passione per l’Africa. Arrivata neanche tanto presto… diciamo dal 2018 quando è andata a lavorare come volontaria per 5 mesi presso l’Ospedale di Namanyere in Tanzania. E’ poi tornata negli anni successivi per turismo in Tanzania Kenia e Sudafrica, ed anche un paio di volte in un villaggetto Masai a fare il medico in condizioni estreme.
Un anno fa mi ha detto che aveva in programma di andare un mese in Gambia e Senegal, e mi ha chiesto di rivedere le diapositive di quando eravamo stati noi nel 1989. Prima di partire mi ha chiesto di farle delle stampe di quelle danzatrici che avevo fotografato a Etiolo, che se avesse avuto tempo ci sarebbe andata per provare a rintracciarne qualcuna.
Non mi misi a ridere solo perché era mia figlia, ma cercai di convincerla che, ammesso che dopo 36 anni fossero ancora vive, data la particolare conformazione di Etiolo sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio. Comunque le feci stampare 6 o 7 primi piani di quelle donne.
A marzo partì, da sola come in tutti i suoi viaggi, con uno zainetto in spalla al massimo di 7 o 8 kg, volo Ginevra-Banjul, poi mezzi locali, ostelli e strutture locali.
Quando si trovava nel villaggio di Cachouane, in Casamance, calcolò che le rimaneva il tempo necessario e decise di andare a Etiolo. Raggiunse Elinkine su una barca, e poi Oussouye su una sept-places (quelle vecchie macchine dove ci entra gente fin che ce ne sta, e poi si divide il costo). Da lì fino a Ziguinchor su un minibus, e poi fino a Tambacounda su altra sept-places, 12 ore di viaggio tra pause preghiere e posti di blocco. A Tambacounda ha trovato un militare che andava a lavorare alla frontiera col Mali che le ha dato un passaggio fino a Kédougou. Da qui fino a Salémata su un normale autobus (oggi è tutto asfalto), ma a Salémata le strade finiscono e, come ai miei tempi, solo una pista appena tracciata porta ad Etiolo. Lei è riuscita a trovare uno che l’ha portata con una vecchia moto.
Etiolo oggi non è tanto diversa da quando la visitai io. Le differenze più grandi sono che tutti hanno lo smartfone e che in quel primo villaggetto che si incontra c’è una struttura per turisti, l’unica in tutto Etiolo, il "Campement da Balingo". Non ci sono ristoranti o posti per mangiare. Da Balingo ci sono capanne tradizionali con elettricità da pannelli e ventilatore, letti con zanzariera. Un bagno comune per tutti con wc e secchiello con acqua per lavarsi. Niente acqua corrente. E la sera la famiglia di Balingo cucina e si può mangiare con lui, tutti dallo stesso piatto, senza stoviglie.
Non si può camminare per Etiolo o altri villaggi Bassari senza guida, è obbligatorio essere accompagnati, anche solo per andare al piccolo negozietto che vende acqua e prodotti alimentari (misura importantissima per evitare l’inquinamento da turismo).
Quasi contemporaneamente a lei sono arrivati due francesi, padre e figlio, accompagnati da una guida locale con fuoristrada, ma era da circa un mese che ad Etiolo non ci andava nessuno.
Essendo questo Balingo molto anziano, presumibilmente doveva conoscere la maggior parte degli abitanti di Etiolo, e così il giorno seguente mia figlia le fece vedere le foto delle donne che avevo fatto 36 anni prima. Le guardò con grande attenzione, e riuscì ad identificarne tre. Due erano andate a vivere in altri villaggi, ma una, Niemute (pronuncia Gniemutè), viveva in un gruppetto di capanne a poco più di un chilometro. Euforico, cercò subito un ragazzo che la accompagnasse e le facesse da interprete, poiché gli anziani parlano solo la lingua bassari.
Così mia figlia e quel giovane Bassari si avviarono a piedi lungo un sentiero nella savana collinosa fino a raggiungere il gruppetto di capanne dove viveva questa donna. Fu per lei quasi uno shock. Commozione alle stelle, abbracci e lacrime da ambo le parti.
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Intanto Balingo aveva chiamato a raccolta l’intero villaggio per mostrare le restanti foto. Le danzatrici furono individuate tutte. Una era morta anni prima, un paio di giovani riconobbero le loro madri, una donna riconobbe una sua amica che ora viveva altrove, e le foto furono distribuite a chi le avrebbe fatte avere alle dirette interessate.
Quel giorno nel villaggio si riuniva anche il Consiglio delle Anziane, che vollero conoscere la “ragazza delle foto” e la invitarono ad unirsi a loro col suo interprete in modo da poter parlare con lei.
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Non ci avrei scommesso un centesimo…
Ma per chi ama l’Africa, queste semplici cose sono esperienze forti che rimangono dentro.
PS: domani mattina riparte per il Benin.
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