Dario, la lattina era senza fondo (l'ho tolto con un apriscatole) mentre aveva la parte superiore "di serie" con il tappo e il foro da cui ho fatto passare l'estremità della serpentina. L'idea era che il calore non potesse sfuggire verso l'alto.
Lo spargifiamma delle caldaie... eh, sì! Anche oggi quella di casa ha rischiato un brutto quarto d'ora! Poteri sempre ricorrere all'acquisto, ma allora cambia lo spirito di tutta l'avventura!
Paperinik hai ragione sul fatto della sezione troppo ampia, l'ho pensato anch'io ed infatti ho rivisto l'intera serpentina.
Marco l’idea di scaldare acqua in un contenitore per scaldare l’acqua che mi serve è buona ma nel mio caso diventa un po’ macchinosa, anche se è il principio con cui funzionano le centrali di teleriscaldamento alimentate a biomassa. Però in quel caso i parametri energetici ed i volumi di acqua sono molto più consistenti, la dispersione termica è quasi nulla grazie ad ottimi materiali isolanti e gli scambiatori di calore sono apparecchi efficientissimi. Infine l’acqua che fa da vettore di calore viaggia dalla centrale alle singole utenze chiusa in un circuito sotto pressione e la stessa acqua ritorna alla centrale con una differenza di temperatura di pochissimi gradi. Nel mio trabiccolo tutto questo è impossibile e nel processo fiamma – acqua 1 – acqua 2 arriverei a disperdere gran parte dell’energia: una buona parte per evaporazione dell’acqua 1 ed il resto per assenza di isolamento. Oltre ad avere il tutto minato alla base da un sistema in precario equilibrio con acqua libera dentro un contenitore attraversato da un tubo.
Ho quindi insistito sul concetto di alzare il rapporto superficie/volume tra fiamma e acqua, cioè volevo avere più superficie di contatto possibile tra fiamma e acqua che scorre all’interno del tubo in quell’istante.
Non potendo avere una superficie riscaldante estesa (i bruciatori delle caldaie sono tubi lunghi anche fino a mezzo metro con innumerevoli fori da cui esce la fiamma mentre il mio fornelletto è solo un fornelletto, appunto!) ho appiattito con la morsa un tubetto di rame (scaldandolo prima nella stufa a legna) e poi l’ho avvolto a spirale.
Ho condotto la prova disponendo l’accrocchio in due posizioni diverse e senza variare la portata d’acqua né la potenza delal fiamma:
la prima con il tubo appiattito messo di taglio alla fiamma e con l’asse delle spire in verticale, in modo da avere più superficie totale possibile lambita dal calore ma consapevole del fatto che le spire in alto ricevono ben poca energia:

Nella seconda prova ho disposto le spire in piani verticali (asse orizzontale): questa posizione espone il tubo di piatto alla fiamma, anche se per un breve tratto di ogni singola spira e nemmeno per tutte le spire (il fornello è più piccolo e la fiamma tocca solo 3 spire su 6).

Ebbene, a parità di portata d’acqua e di potenza della fiamma, la seconda prova ha dato un risultato molto incoraggiante! In questa l’acqua era “calda” mentre nella prima l’acqua in uscita era praticamente alla stessa temperatura di quella in ingresso. Non sono ancora giunto al punto in cui valga la pena misurare la temperatura col termometro, sto parlando di acqua appena appena tiepida e di portate assolutamente ridicole.
Ma la prova ha fatto risaltare l’importanza estrema del rapporto superficie/volume, quindi proseguirò in questo senso!
Umberto e...

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